Dalla tradizione alla verità La storia di un sacerdote

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I PRIMI ANNI

Sono nato in Irlanda in una famiglia di otto figli. La mia infanzia è stata realizzata e felice. Mio padre era colonnello dell’esercito irlandese fino al suo congedo, quando avevo otto anni. Come famiglia amavamo giocare, cantare e recitare, tutto nell’area militare di Dublino. Eravamo una tipica famiglia cattolica-romana irlandese. La maggior parte delle sere ci mettevamo in ginocchio nel salotto per dire tutt’insieme il Rosario. Nessuno di noi mai mancava alla Messa domenicale a meno che non fosse seriamente ammnalato. Allora (avevo circa cinque o sei anni) Gesù Cristo era una persona molto reale per me, ma anche lo erano Maria ed i santi. Posso identificarmi molto facilmente con le tipiche famiglie cattoliche europee, ispaniche e filippine che pongono Gesù, Maria, Giuseppe e gli altri santi in un unico calderone religioso. Mi hanno inculcato il Catechismo alla Scuola gesuita del Belvedere, dove ho fatto pure le scuole elementari e medie. Come ogni altro ragazzo che studia presso i Gesuiti, all’età di dieci anni potevo recitare le cinque ragioni per cui Dio esiste e perché il Papa è capo dell’unica e vera Chiesa. Adoperarsi per tirare fuori le anime dal Purgatorio era una questione molto seria. Le parole spesso citate: “E’ un pensiero santo e degno pregare per i morti affinché possano essere sciolti dai loro peccati” erano fatte imparare a memoria anche se non sapevano che cosa esattamente significassero queste parole. Ci dicevano che il Papa, come capo della chiesa, era l’uomo più importante del mondo. Ciò che lui diceva era legge, e i gesuiti erano il suo braccio destro. Anche se la Messa era detta in latino, io cercavo di assistervi regolarmente perché ero affascinato dal profondo senso di mistero che la circondava. Ci veniva detto che assistervi è il modo più importante per compiacere Dio. La preghiera rivolta ai santi era incoraggiata ed avevano un santo patrono per ogni aspetto della nostra vita. Quello però non lo praticavo molto, ad eccezione per una mia personale devozione per S. Antonio, patrono degli oggetti perduti, dato che io ero solito perdere molte cose…

Quando raggiunsi i 14 anni, ero convinto di avere rivevuto la vocazione a diventare missionario. Questa vocazione, però, non influiva più di quel tanto sul modo in cui vivevo in quel tempo. Dall’età di 16 fino a 18 anni posso dire di aver vissuto un periodo veramente fecondo e soddisfacente, il meglio che un adolescente potesse aspettarsi. Durante quel tempo potevo vantare molti successi scolastici e sportivi. Spesso dovevo accompagnare mia madre in ospedale per delle terapie. Una volta, mentre l’aspettavo mi capitò di trovare in un libro questi versetti da Marco 10:29:30 “Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”. Non avendo io idea alcuna del messaggio di salvezza, decisi che io veramente avevo la vocazione per diventare missionario.

CERCARE DI GUADAGNARE LA SALVEZZA

Lasciai famiglia ed amici nel 1956 per entrare nell’Ordine domenicano. Passai così otto anni studiando che cosa significasse essere un monaco, le tradizioni della chiesa, la filosofia, la teologia di Tommaso d’Aquino, e parte della Bibbia dal punto di vista cattolico-romano. Qualunque fede personale io avessi, nel sistema religioso domenicano era istituzionalizzata e ritualizzata. L’ubbidienza alla legge, sia ecclesiastica che domenicana, mi era presentata come mezzo di santificazione. Parlavo spesso ad Ambrogio Duffy, l’assistente spirituale degli studenti che ci era stato assegnato, a proposito della Legge come mezzo per diventare santi. Imparavo a memoria parte dell’insegnamento di Papa Pio XII in cui diceva: “…la salvezza di molti dipende dalle preghiere e sacrifici del corpo mistico di Cristo offerte con queste intenzione”.

L’idea di poter guadagnare la salvezza attraverso le sofferenze e le preghiere è pure il messaggio centrale di Fatima e di Lourdes, ed io così cercavo di guadagnarmi la salvezza mia come pure di altri attraverso sofferenza e preghiere. Nel monastero domenicano di Tallagh a Dublino, io mi sottoponevo a molte severe prove per conquistare anime, come fare docce fredde in pieno inverno e battere la mia schiena con una piccola catena d’acciaio. L’assistente spirituale degli studenti sapeva che cosa stavo facendo, essendo la sua stessa vita austera parte dell’ispirazione che io avevo ricevuto dalle parole del Papa. Con rigore e determinazione io studiavo, pregavo, facevo penitenze, cercavo di osservare i Dieci Comandamenti e la moltitudine delle regole e tradizioni domenicane.

POMPA ESTERIORE E VUOTEZZA INTERIORE

Poi, nel 1963, all’età di 25 anni, fui ordinato sacerdote cattolico-romano ed andai a terminare il mio corso di studi su Tommaso d’Aquino alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino di Roma, detta l’Angelicum. Là però avevo difficoltà sia con la sua pompa esteriore che con la sua vuotezza interiore. Per molti anni avevo sviluppato, da libri ed immagini, una mia personale immagine della Santa Sede e della Città Santa. Poteva quella che ora avevo davanti agli occhi essere la stessa città di cui mi avevano parlato? All’Angelicum ero rimasto sconvolto che centinaia di altri studenti che si riversavano al mattino nelle sue aule, apparissero così disinteressanti alla teologia. Notavo come diversi, invece che seguire le lezioni, leggevano sotto banco le riviste Time e Newsweek. Quelli che erano interessati alle lezioni parevano solo aspirare a trovare il modo per avere dei buoni voti tanto da poter occupare posizioni di prestigio nelle loro terre d’origine.

Un giorno mi ero recato a fare una passeggiata fino al Colosseo solo per sentire di aver calcato lo stesso terreno dove era stato sparso il sangue di così tanti cristiani. Cercavo di immaginarmi quegli uomini e quelle donne che conoscevano così bene Cristo da essere disposti a dare la loro stesso corpo a bruciare al rogo oppure divorati vivi da bestie feroci e questo a causa del Suo traboccante amore. La gioia di questa esperienza, però, mi fu del tutto rovinata perché, di ritorno in autobus, dei giovinastri non avevano trovato di meglio da fare che insultarmi e deridermi con ogni sorta di epiteti. Mi resi conto che la motivazione di tali insulti non era perché stessi dalla parte di Cristo come i primi cristiani, ma perché esprimevano tutto il loro disprezzo per la mia veste che identificava con un odiato sistema clericale. Ben presto cercai di togliermi dalla mente quelle esperienze negative, eppure, ciò che mi era stato insegnato sulle attuali glorie di Roma ora mi sembrava irrilevante e vuoto.

Una sera, non molto tempo dopo quei fatti, stavo pregando per due ore di fronte all’altar maggiore della chiesa di San Clemente. Rammentandomi della mia vocazione giovanile a diventare missionario e le promesse del centuplice guadagno di Marco 10:29-30, decisi di non conseguire più il diploma di teologia che era stato mia ambizione sin dall’inizio dei miei studi sulla teologia di Tommaso d’Aquino. Era per me una decisione importante da fare, ma dopo aver lungamente pregato, ero sicuro di aver scelto correttamente.

Il prete che doveva accompagnarmi a scrivere la mia tesi non voleva accettare la mia decisione. Così, per farmi conseguire quel diploma più facilmente, mi offrì una tesi che lui stesso aveva scritto parecchi anni prima. Diceva che avrei potuto farla passare per mia se solo avessi accettato di prepararne una difesa da presentare oralmente. Questo però fu sufficiente a rivoltarmi lo stomaco. Era simile a ciò che avevo visto poche settimane prima in un parco della città: eleganti prostitute che facevano parata di sé stesse con i loro stivali di pelle. Quello che mi era stato offerto lo consideravo ugualmente peccaminoso.

Rimasi così fedele alla mia decisione, terminando l’università al livello accademico ordinario, senza il diploma. Ritornando da Roma, ricevetti la comunicazione ufficiale che mi era stato assegnato di fare un corso di tre anni all’università di Cork. Pregai intensamente al riguardo della mia vocazione missionaria. Con mia grande sorpresa, ricevetti ordini, al termine dell’agosto del 1964 di recarmi a Trinidad, nelle Indie Occidentali, come missionario.

ORGOGLIO, CADUTA E UNA NUOVA FAME

Il primo ottobre 1964 arrivai così a Trinidad, e per sette anni diventai “un prete di successo” nei termini del Cattolicesimo, svolgendo tutti i miei doveri e attirando molta gente a venire a Messa.

Per il 1972 mi ritrovai coinvolto con entusiasmo nel Movimento Carismatico cattolico. Poi, ad una riunione di preghiera il 16 marzo di quell’anno, ringraziai il Signore per essere stato un tale buon prete e Gli chiesi che, se quella era la Sua volontà, Egli mi umiliasse e mi facesse diventare ancora migliore.

Più tardi quella sera fui coinvolto in uno strano incidente, fratturandomi posteriormente il cranio e lesionandomi in diversi punti la spina dorsale. Senza andare così vicino alla morte, dubito che avrei mai potuto uscire dal mio stato di compiaciuta soddisfazione per me stesso. Gridavo a Dio che mi liberasse dal dolore attraverso interminabili preghiere recitate a memoria che solo mostravano la loro vuotezza.

Nelle sofferenze che seguirono le settimane dopo l’incidente, cominciai a trovare qualche conforto in preghiere spontanee e dirette. Smisi di leggere il Breviario (il libro di preghiere ufficiale del clero cattolico-romano) e di dire il Rosario, e cominciai a pregare facendo uso di parti della Bibbia stessa. Fu un processo molto lento. Non sapevo come io dovessi orientare nella lettura della Bibbia. Il poco che al riguardo avevo imparato nel corso degli anni mi aveva portato più a diffidare di essa che ad averne fiducia. La mia istruzione in filosofia e nella teologia di Tommaso d’Aquino mi avevano lasciato completamente privo di risorse, cosicché ora, venire alla Bibbia per trovarvi il Signore era come addentrarmi in un fitto bosco senza alcuna mappa.

Quando più tardi quell’anno mi assegnarono una nuova parrocchia, mi trovai a lavorare fianco a fianco con un prete domenicano che mi era stato fratello per molti anni. Per più di due anni, così, lavorammo assieme, cercando sinceramente Dio il meglio che potevano nella parrocchia di Pointe-a-Pierre. Leggevamo, studiavamo, pregavamo e cercavamo di mettere in pratica ciò che ci era stato insegnato nella dottrina della chiesa. Edificammo delle nuove comunità a Gasparillo, Claxton Bay e Marabella, solo per citarne alcune nei principali villaggi.

Nel senso religioso cattolico avevamo molto successo. Erano molti ad assistere alla Messa. Insegnavamo il Catechismo in molte scuole, incluse quelle del governo. Continuavo la mia ricerca personale nella Bibbia, senza che però questo incidesse molto nel lavoro che stavamo facendo. Di fatto questo studio mi insegnava quanto poco in realtà io sapessi del Signore e della Sua Parola. Fu in questo tempo che il testo di Filippesi 3:10 divenne il grido del mio cuore: “…perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione…”.

In quel periodo il Movimento Carismatico cattolico stava crescendo e si stava diffondendo nella maggior parte dei villaggi. In seguito a questo movimento, alcuni cristiani canadesi erano venuti a Trinidad per condividere il nostro lavoro. Benché gran parte di quello che avevo imparato si concentrava su presunti segni e prodigi – a cui più tardi rinunciai – l’uso delle Sacre Scritture divenne per me davvero fonte di benedizione. Comninciavo a confrontare fra di loro diverse parti della Scrittura e riuscivo persino a citare capitoli e versetti!

Uno dei testi che usavano i missionari canadesi era Isaia 53:5: “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;

per le sue piaghe noi siamo stati guariti”. Scoprivo così che la Bibbia tratta il problema del peccato per mezzo della sostituzione. Cristo è morto al mio posto. Era dunque sbagliato che io cercassi di espiare il mio peccato da solo o cooperassi a pagare il prezzo del mio peccato. “E se lo è per grazia, non lo è per le opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia” (Romani 11:6); “Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti” (Isaia 53:6).

Un mio particolare peccato era che la gente mi dava fastidio, anzi, spesso mi irritava. Sebbene cercassi di essere perdonato per i miei peccati, ancora non mi rendevo conto che io ero un peccatore per natura, quella che noi tutti abbiamo ereditato da Adamo. La verità scritturale è: “Non c’è nessun giusto, nemmeno uno” (Romani 3:10), e “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Romani 3:23). La Chiesa cattolica romana, però, mi aveva insegnato che la depravazione umana, chiamata “peccato originale” era stata lavata via con il mio battesimo, quello che mi avevano amministrato da piccolo. Ancora avevo questa nozione nella mia testa, ma sapevo che la mia natura depravata di fatto non era stata sconfitta da Cristo. Il versetto “perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione…” (Filippesi 3:10) continuava ad essere il grido del mio cuore e sapevo che sarebbe stato solo per la Sua potenza che avrei potuto vivere la vita cristiana. Scrissi così dei bigliettini con questo testo e li attaccai un po’ dapperttutto, nella mia auto e in altri posti. Quello divenne lo stimolo che mi motivava, e il Signore che è fedele cominciò a rispondere.

LA QUESTIONE ULTIMA

In primo luogo, giunsi a scoprire come la Parola di Dio nella Bibbia fosse assoluta e priva di errori. Mi avevano insegnato che la Parola è relativa e che la sua veracità in molte aree poteva essere messa in questione. Ora cominciavo a comprendere che si poteva, anzi, si doveva credere all’affidabilità della Bibbia. Con l’aiuto di una Concordanza biblica cominciai così a studiare la Bibbia e vedere che cosa essa dicesse su sé stessa. Scoprii come la Bibbia insegni chiaramente che essa proviene da Dio ed è assoluta in quanto afferma. E’ verace nella storia, nelle promesse che Dio ha fatto, nelle sue profezie, nei comandi d’ordine morale che emette, come pure nel modo in cui va vissuta la vita cristiana. “Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Timoteo 3:16-17).

Feci questa scoperta durante una visita a Vancouver in Canada. Mi avevano chiesto di parlare ad un gruppo di preghiera nella chiesa cattolica di S. Stefano. Presi così come argomento della mia riflessione l’autorità assoluta della Parola di Dio. Era la prima volta che parlavo di questo argomento da quando io stesso l’avevo compreso per la prima volta. Di ritorno a Vanvouver ebbi l’opportunità di parlare sullo stesso argomento ad un’assemblea di circa 400 persone. Bibbia alla mano, proclamavo che “la Bibbia è l’autorità assoluta e finale in tutte le questioni di fede e di morale perché è Parola di Dio”. Tre giorni più tardi, però, venni convocato nell’ufficio dell’arcivescovo di Vancouver James Carney e lI ufficialmente fui messo a tacere e mi proibirono di predicare ancora nella sua diocesi. Mi dissero che il mio castigo sarebbe stato ancora piú severo se non fosse stato per la benevola intercessione del mio proprio arcivescovo Antony Paltin. Ritornai così a Trinidad.

IL DILEMMA CHIESA-BIBBIA

Mentre ero ancora prete a Pointe-a-Pierre, chiesero a Ambrogio Duffy, l’uomo che mi aveva istruito così strettamente mentre era assistente spirituale degli studenti, di aiutarmi. La marea stava arretrando. Dopo alcune difficoltà iniziali, diventammo amici stretti. Condivisi con lui quello che stavo scoprendo. Egli ascoltava e commentava con grande interesse e voleva sapere quali fossero le mie motivazioni. Io vedevo in lui un canale di comunicazione verso i miei fratelli domenicani e persino verso quelli dell’arcivescovado. Quando improvvisamente egli morì per un attacco cardiaco, io me ne addolorai moltissimo. Avevo considerato Ambrogio fin dall’inizio come uno che avrebbe potuto aiutarmi a risolvere il dilemma chiesa-Bibbia che tanto mi turbava. Avevo sperato che lui potesse spiegare a me ed agli altri fratelli domenicani le verità con le quali stavo lottando. Predicai al suo funerale e la mia disperazione era molto profonda. Continuavo a pregare con Filippesi 3:10 “…perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione…”. Per imparare maggiormente su di Lui io prima dovevo imparare a considerarmi peccatore. Vidi nella Bibbia (1 Timoteo 2:5) come il ruolo che stavo impersonando, quello di mediatore sacerdotale (esattamente ciò che insegna la Chiesa cattolica romana, ma esattamente l’opposto di quello che insegna la Bibbia) – era sbagliato. Mi piaceva molto essere al centro dell’attenzione da parte dei fedeli e, in un certo senso, idolatrato. Razionalizzavo il mio peccato dicendo che, dopo tutto, se questo è ciò che insegna la più grande Chiesa al mondo, chi sono io per metterlo in questione? Lottavo, però, con quel mio conflitto interiore. Cominciai pure a vedere come il culto reso a Maria, ai santi ed ai sacerdoti effettivamente come il peccato che esso è. Sebbene, però, fossi disposto a rinunciare a Maria, ai santi ed ai sacerdoti come mediatori, non potevo rinunciare al sacerdozio in cui avevo investito l’intera mia vita.

GLI ANNI DEL TIRO ALLA FUNE

Maria, i santi ed il sacerdozio non erano che una piccola parte del tiro alla fune in cui ero stato coinvolto. Chi era Signore della mia vita: Gesù Cristo nella Sua Parola, oppure la Chiesa romana? Questa questione ultima infuriò dentro di me soprattutto nei miei sei ultimi anni come prete di parrocchia a Sangre Grande (1979-1985). Il concetto che la chiesa cattolica avesse la supremaziona in ogni questione di fede e di morale era stato inculcato in me fin da quando ero bambino. Sembrava impossibile che questo potesse cambiare. Roma non solo aveva la supremazia, ma era sempre chiamata “la santa madre chiesa”. Come avrei mai potuto mettermi contro una tale “santa madre” dato che io stesso, poi, ero, per così dire, fra la sua stessa “classe dirigente” e ne dispensavo ufficialmente i sacramenti conservandone fedeli i suoi membri?

Nel 1981 mi ero di fatto riconsacrato a servire la Chiesa cattolica romana mentre partecipavo ad un seminario di rinnovamento personale a New Orleans. Eppure, ritornando a Trinidad ed essendo nuovamente coinvolto fra la gente con problemi reali, cominciai a ritornare all’autorità della Parola di Dio. Alla fine queste tensioni in me si trasformarono come un autentico tiro alla fune. A volte guardavo alla Chiesa cattolica romana come assoluta, altre volte consideravo finale l’autorità della Bibbia. In quegli anni pure il mio stomaco aveva cominciato a soffrire molto e le mie emozioni erano divise. Avrei dovuto conoscere la semplice verità che non si possono servire due padroni. Mi ritrovavo, così, a porre l’assoluta autorità della Parola di Dio sotto la suprema autorità della Chiesa cattolica romana.

Questa contraddizione era simbolizzata da ciò che avevo fatto con le quattro statue che si trovavano nella chiesa Sangre Grande. Avevo rimosso e infranto le statue di S. Francesco e di San Martino perché la Legge di Dio dichiara in Esodo 20:4: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra”, ma quando qualcuno aveva fatto obiezione alla rimozione delle statue del Sacro Cuore e di Maria, io le avevo lasciate in chiesa perché pensavo che quei personaggi avessero maggiore autorità. La Chiesa cattolica romana, infatti, nella sua legge canonica dichiara: “Sia mantenuta la prassi di esporre nelle chiese le sacre immagini alla venerazione dei fedeli; tuttavia siano esposte in numero moderato e con un conveniente ordine, affinché non suscitino la meraviglia del popolo cristiano e non diano ansa a devozione meno retta” (1188). Non vedevo che, così facendo, io cercavo di assoggettare la Parola di Dio alla parola dell’uomo.

LA MIA PROPRIA COLPA

Sebbene io avessi appreso che la Parola di Dio è assoluta, ancora mi dibattevo nell’agonia di cercare di conciliare questo con ciò che la Chiesa di Roma diceva, benché ne fosse l’esatto opposto. Mi chiedevo: come potesse essere questo? Prima di tutto era solo colpa mia se avessi accettato l’autorità della Bibbia come istanza suprema avrei dovuto coerentemente rinunciare al mio ruolo sacerdotale di mediatore, ma quello per me era troppo prezioso. In secondo luogo, nessuno aveva mai messo in questione che cosa facevo come prete. Dei cristiani dall’estero venivano ad assistere alla Messa, vedevano l’olio sacro, l’acqua santa, le medaglie, le statue, i  paramenti, i riti e …non dicevano neanche una parola al riguardo! Lo stile liturgico affascinante, il simbolismo, la musica ed il gusto artistico della Chiesa cattolica romana erano tutte cose seducenti. L’incenso non solo ha un odore acre, ma alla mente ispira mistero!

IL MOMENTO DELLA SVOLTA

Un giorno una donna ebbe il coraggio di sfidarmi (e fu l’unica a mai farlo in tutti i miei 22 anni come sacerdote). “Voi cattolici romani,” disse, “avete solo un’apparenza di pietà, ma ne rinnegate la potenza”. Quelle parole mi disturbarono per un po’ di tempo, perché quelle luci, bandiere, musica popolare, chitarre e tamburi, per me erano cari. Probabilmente non c’era nessun altro prete nell’isola di Trinidad che avesse paramenti sacri multicolori, bandiere e decorazioni varie più di quanti ne avessi io. Chiaramente io non applicavo le mie acquisite persuasioni a ciò che stava di fronte ai miei occhi.

Nell’ottobre del 1985 la grazia di Dio si manifestò in modo più grande delle menzogne che io cercavo di vivere. Ero andato nelle Barbados a pregare a proposito del compromesso che io forzavo me stesso a vivere. Indubbiamente la Parola di Dio è assoluta, io avrei dovuto ubbidire ad essa sola, eppure a quello stesso Dio io avevo giurato ubbidienza all’autorità suprema della Chiesa cattolica. Nelle Barbados lessi un libro in cui era spiegato il significato biblico della Chiesa come “comunione dei credenti”. Nel Nuovo Testamento non c’è un solo accenno ad una Gerarchia.

Sconosciuto è pure il ruolo di un “clero” che sovrasta “i laici”. Al contrario, è il Signore stesso che dichiara: “Ma voi non fatevi chiamare maestro, perché uno solo è il vostro maestro: Il Cristo, e voi siete tutti fratelli” (Matteo 23:8). Ora, vedere e comprendere il significato di Chiesa come “comunione” mi lasciava libero di abbandonare la Chiesa cattolica romana come autorità suprema e dipendere solo da Gesù Cristo come Signore. Cominciò ad essere chiaro in me che, in termini biblici, i vescovi che avevo conosciuto nella Chiesa cattolica romana non erano credenti biblici.

Erano per la maggior parte uomini pii tutti presi dalla loro devozione a Maria ed al Rosario e fedeli a Roma, ma nessuno di essi aveva idea alcuna dell’opera di salvezza completata da Cristo, che l’opera di Cristo è compiuta, personale, senza alcuna necessità di aggiunte. essi tutti predicavano di fare penitenze, sofferenze, opere pie per espiare i peccati: era “la via dell’uomo” non l’Evangelo della Grazia. Grazie a Dio vidi che non era attraverso la Chiesa romana, né attraverso opere alcune che si può essere salvati. ” Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene” (Efesini 2:8-9).

NATO DI NUOVO ALL’ETÀ DI 48 ANNI

Lasciai la Chiesa cattolica romana quando vidi che la vita in Gesù Cristo non era di fatto possibile se fossi rimasto fedele alla dottrina cattolico-romana. Nel lasciare trinidad nel novebre del 1985 raggiunsi solo le vicine Barbados. Ospite di un’anziana coppia, pregavo il Signore di provvedermi un vestito ed il denaro necessario per raggiungere il Canada, perché possedevo solo indumenti adatti al clima tropicale e poche centinaia di dollari a mio nome.

Entrambe le preghiere furono esaudite senza che dicessi a nessuno delle mie necessità se non al Signore. Da una temperatura tropicale media di 35° atterrai fra la neve ed il ghiaccio del Canada. Dopo un mese a Vancouver, mi recai negli USA. Confidavo che il Signore si sarebbe preso cura dei miei molti bisogni dato che all’età di 48 anni stavo iniziando una nuova vita, praticamente senza il becco d’un quattrino, senza un permesso di soggiorno, e senza raccomandazioni d’alcun tipo, avendo solo il Signore e la Sua Parola. Passai sei mesi con una coppia cristiana in una fattoria nello stato di Washington. Avevo loro certo spiegato che avevo lasciato la Chiesa cattolica romana e che avevo accolto Gesù Cristo e la Sua Parola nella Bibbia come pienamente sufficiente. Lo avevo fatto, dicevo, in modo “assoluto, finale, definitivamente e risolutamente”. Eppure, lungi dall’essere impressionati da questi avverbi, volevano conoscere se in me c’era dell’amarezza o ferite dentro di me. In preghiera e con grande compassione essi si prendevano cura di me spiritualmente perché essi stessi avevano fatto quella transizione e sapevano quanto facilmente si possa cadere nell’amarezza.

Quattro giorni dopo essere arrivato in casa loro, per grazia di Dio cominciai a vedere, nel ravvedimento, il frutto della salvezza. Questo voleva dire non solo essere in grado di chiedere perdono al Signore per i molti anni che avevo passato nel compromesso, ma anche accogliere la Sua guarigione là dov’ero stato profondamente ferito. Finalmente, all’età di 48 anni, sull’autorità della sola Parola di Dio, per sola grazia, ho accolto soltanto la morte vicaria di Cristo sulla croce. A Lui solo vada ogni gloria. Dopo essere stato rimesso a nuovo sia fisicamente che spiritualmente da questa coppia cristiana con la loro famiglia, il Signore mi provvide di una moglie, Lynn, nata di nuovo nella fede, amabile nel portamento e intelligente. Insieme ci recammo ad Atlanta, Georgia, dove pure trovammo un lavoro.

UN VERO MISSIONARIO CON UN VERO MESSAGGIO

Nel settembre del 1988 lasciammo Atlanta per partire come missionari per l’Asia. Fu un anno molto fecondo per il Signore che un tempo non avrei mai ritenuto possibile. Uomini e donne giungevano a conoscere l’autorità della Bibbia nella potenza della morte e risurrezione di Cristo. Ero stupefatto a quanto sia facile per la grazia del Signore ad essere efficace, quando per presentare Gesù Cristo si usa solo la Bibbia. Era tutto molto diverso dalle ragnatele della tradizione ecclesiastica che tanto mi avevano obnubilato durante i 21 anni con la veste da missionario a Trinidad. 21 anni senza il vero messaggio. Per spiegare la vita abbondante di cui Gesù parla e di cui ora godo, non si potrebbero usare parole migliori di quelle di Romani 8:1-2: “Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù, perché la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte”. Non ero stato liberato dal sistema della Chiesa cattolica romana, ma ero diventato una nuova creatura in Cristo. E per grazia di Dio e nient’altro se non la Sua grazia che sono passato dalle opere morte alla nuova vita.

UNA TESTIMONIANZA ALL’EVANGELO DELLA GRAZIA

Anni prima, nel 1972, quando alcuni cristiani mi avevano insegnato circa la guarigione del corpo ad opera di Gesù, quanto sarebbe stato più utile se mi avessero spiegato sulla base di quale autorità la nostra natura di peccato è resa giusta di fronte a Dio. La Bibbia mostra chiaramente come il Signore Gesù abbia preso sulla croce il nostro posto. Non posso esprimerlo meglio che con le parole di Isaia 53:5 “Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti”. Questo vuol dire che Gesù prese su Sé stesso ciò che io avrei dovuto soffrire a causa dei miei peccati: davanti a Dio Padre io confido in Gesù come Colui che ha preso il mio posto, il mio Sostituto.

Quelle parole sono state scritte 750 anni prima della crocifissione del nostro Signore. Poco tempo dopo il sacrificio sulla croce, la Bibbia afferma in 1 Pietro 2:24: “Egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue lividure siete stati guariti”. Per il fatto di aver ereditato la nostra natura di peccato da Adamo, noi tutti pure abbiamo peccato e siamo venuti meno alla gloria di Dio. Come potremmo mai comparire di fronte alla santità di Dio se non in Cristo, e riconoscere che Egli è morto per noi della morte che noi avremmo dovuto morire? Solo attraverso la fede possiamo vedere, comprendere e cogliere Cristo come nostro Sostituto. E’ stato Cristo che ha pagato il prezzo dei nostri peccati. Egli era del tutto innocente, eppure è stato condannato a morte e della morte su una croce. Questo è il vero messaggio dell’Evangelo.

La fede è forse abbastanza? Si, la fede che è frutto della nostra rigenerazione spirituale, opera di Dio, è abbastanza. Quella vera fede, generata da Dio, inevitabilmente manifesterà dei buoni frutti: “le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo” (Efesini 2:10). Nel ravvedimento noi accantoniamo, con la forza che Dio concede, il nostro vecchio stile di vita ed i nostri peccati passati. Questo non vuol dire che noi non si possa peccare più, ma significa che ora la nostra posizione di fronte a Dio è cambiata. Siamo ora chiamati figli di Dio, perché indubbiamente lo siamo diventati. Se pecchiamo, si tratta di un problema nel nostro rapporto con Dio Padre che può essere risolto, non un problema di perdere la nostra posizione come figli di Dio in Cristo, perché questa posizione è irrevocabile. In Ebrei 10:10 la Bibbia dice in modo così meraviglioso: “In virtù di questa «volontà» noi siamo stati santificati, mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre”. L’opera compiuta da Cristo Gesù sulla croce è sufficiente e completa. Quando confidate solo in quest’opera compiuta vuol dire che sorge in voi una nuova vita nello Spirito che sarà sempre vostra: siete stati rigenerati, siete “nati di nuovo”.

LA MIA VITA OGGI

Il mio compito attuale, la buona opera che il Signore ha preparato per me come evangelista, è situata vicino ad Austin, nella parte centrale del Texas. Quello che aveva detto Paolo ai suoi compatrioti ebrei, lo dico ai miei amati confratelli e consorelle che si trovano nel Cattolicesimo romano: è desiderio del mio cuore e preghiera rivolta a Dio per i cattolici è che essi possano essere salvati. Posso testimoniare di loro che essi sono zelanti per Dio, ma il loro zelo non è fondato sulla Parola di Dio, ma sulla tradizione della loro chiesa. Se voi comprendeste la devozione ed il travaglio che alcuni degli uomini e donne delle Filippine e del Sud America mettono nella loro religione, comprendereste il grido del mio cuore: “Signore, dacci la compassione necessaria per comprendere il dolore ed il tormento degli sforzi che i cattolici devoti fanno per compiacerti”. E’ comprendendo il loro dolore che avremo il desiderio di mostrare loro la Buona Notizia dell’opera compiuta da Cristo sulla croce.

La mia testimonianza mostra quanto sia stato difficile per me come cattolico rinunciare alla tradizione della Chiesa, ma quando il Signore stesso lo esige nella Sua Parola, lo dobbiamo fare. La “forma di pietà” che ha la Chiesa cattolica romana rende molto difficile ad un cattolico di vedere dove stia il vero problema. Ciascuno deve determinare sulla base di quale autorità noi conosciamo la verità. Per la Roma papale la fonte ultima dell’autorità giace nelle decisioni e nei decreti del Papa regnante. Secondo le loro stesse parole: “Il Sommo Pontefice, in forza del suo ufficio, gode dell’infallibilità nel magistero quando, come Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli, che ha il compito di confermare i suoi fratelli nella fede, con atto definitivo proclama da tenersi una dottrina sulla fede o sui costumi” (Codice di Diritto Canonico, 748). Eppure, secondo la Bibbia, è la Parola di Dio stessa ad essere l’autorità ultima mediante la quale può essere conosciuta la verità. Erano le tradizioni fatte dall’uomo che avevano fatto sì che i Riformatori proclamassero: “La Bibbia soltanto, la Fede soltanto, la Grazia soltanto, in Cristo soltanto e per la sola gloria di Dio”.

LE RAGIONI PER LE QUALI CONDIVIDO QUESTE COSE

Condivido con voi queste verità affinché voi pure possiate conoscere la via di salvezza che Dio ha disposto. Il nostro problema di base quando eravamo cattolici era che in noi era stato radicato il concetto del nostro valore e della nostra dignità. Credevamo quindi che noi stessi avessimo potuto, con le nostre forze, e con un po’ di aiuto da parte di Dio, diventare “a posto” davanti a Lui. Questo presupposto che noi avevamo portato avanti per anni è definito dallo stesso Catechismo della Chiesa cattolica (1994): “La grazia è l’aiuto che Dio ci dà perché rispondiamo alla nostra vocazione di diventare suoi figli adottivi. Essa ci introduce nell’intimità della vita trinitaria”.

Con quel modo di pensare, inconsapevolmente noi sostenevamo un insegnamento che la Bibbia condanna costantemente. Una tale (errata) definizione di grazia è qualcosa che l’uomo ha convenientemente costruito, perché la Bibbia dichiara in molti luoghi che la nostra giustizia, vale a dire il nostro “essere a posto” davanti a Dio, è “senza opere” (Romani 4:6), “…poiché riteniamo che l’uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge” (Romani 3:38); “Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti” (Efesini 2:9); è “il dono di Dio” (Efesini 2:8). Cercare di rendere parte della salvezza la risposta autonoma dell’uomo e considerare la grazia solo “un aiuto” significa negare apertamente la verità biblica: “Ma se è per grazia, non è più per opere; altrimenti, la grazia non è più grazia” (Romani 11:6).

Il messaggio semplice della Bibbia è che la giustizia è un dono che Dio ci fa in Gesù Cristo, un dono che si basa soltanto sul sacrificio pienamente sufficiente di Cristo sulla croce. “Infatti, se per la trasgressione di uno solo la morte ha regnato a causa di quell’uno, tanto più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo di quell’uno che è Gesù Cristo” (Romani 5:17).

Allora le cose stanno esattamente come Gesù Cristo stesso ha detto, Egli è morto in luogo del credente, l’Uno per i molti (Marco 10:45). La Sua vita è il prezzo di riscatto per molti. Come Egli dichiara: “questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati” (Matteo 26:28). Questo è pure ciò che proclama Pietro: “Anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio”. La predicazione di Paolo è riassunta al termine di 2 Corinzi 5:21 “Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui”.

Questo fatto, caro lettore, è ti presentato chiaramente nella Bibbia. Che noi tutti lo si debba accettare è comandato nella Bibbia da Dio: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete al vangelo” (Marco 1:15).

Il ravvedimento più difficile, per noi che il Cattolicesimo ci è stato inculcato fino al midollo è cancellare dalla nostra mente i concetti di “meritare”, “guadagnare”, “essere abbastanza buoni” ed accettare semplicemente con mani vuote il dono di giustizia in Cristo Gesù. Rifiutare di accettare ciò che Dio ci comanda di fare è lo stesso peccato degli israeliti religiosi al tempo di Paolo: “Perché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio” (Romani 10:3).

Ravvedetevi e credete alla Buona Notizia!

Richard Bennett